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Emigrare, istruzioni per l’uso. 5 domande da farsi prima di andare via dall’Italia.

Last updated on 02/05/2020

L’emigrazione è un fenomeno dalle mie facce in quanto si tratta di un’esperienza che ciascuno può vivere in maniera molto diversa e per molteplici ragioni. Parliamo di milioni di persone che ogni anno scelgono di andare a cercare fortuna fuori dalla propria Patria. Sono stati circa 120mila gli italiani che nel 2018 hanno registrato la propria residenza all’AIRE (Anagrafe Italiana Residenti all’Estero), ma siccome l’iscrizione non è obbligatoria, è naturale pensare che in effetti gli emigrati dall’Italia reali siano molti di più. Ma cosa spinge una persona ad emigrare? Certamente il lavoro e l’inseguimento di una situazione professionale migliore, ma non solo. Vicende personali, motivi di studio e familiari, la semplice curiosità… possono essere mille le ragioni a supporto di una scelta così apparentemente drastica di cambiare Paese. Allo stesso modo molto variagati sono i profili di chi emigra, così come gli obiettivi e gli esiti che possono scaturire dall’andare a vivere all’estero. Quante volte abbiamo sentito di gente che in Italia era disoccupata e non riusciva a sbarcare il lunario e fuori dall’Italia diventa improvvisamente un uomo o una donna di successo. Storia di cambiamenti positivi che nell’immaginario contribuiscono a dare l’idea che amigrare sia di per se una soluzione, quando non è affato così e può contribuire, se non si fanno le dovute analisi, a creare una serie di problemi invece di risolverli.

Per questo motivo ho pensato di elecare in questo post quelli che per me sono 5 punti che io stesso ho dovuto affrontare nella mia esperienza da emigrante e su cui dovrebbe riflette chiunque stia pensando di andare via dall’Italia, e in particolare dal Mezzogiorno e ottenere i risultati che spera. Sono spunti generici ovvimante ma adattabili a qualsiasi circostanza e Paese, poi considerando che attualmente vivo a Londra seguirà presto un post specifico sull’emigrazione nel Regno Unito. Ma partiamo quindi con il primo tema:

I soldi saranno abbastanza?

Sono lontani i giorni i cui gli emigrava poteva permettersi di partire con poche cose e qualche moneta in tasca. Emigrare è sempre di più un lusso che non sempre ci si può permettere, non a caso il profilo dell’emigrante attuale è sempre più legato ad un contesto agiato o comunque benestante, con famiglie disposte a mantenere i figli lontani. Per emigrare sono infatti necessarie competenze, lo vedremo dopo, ma innanziutto risorse economiche per poter affrontare un periodo indefinito in cui dover trovare una sistemazione, integrarsi e arrangiarsi. Alcuni Paesi non vi lasceranno nemmeno entrare senza che si dimostri di avere risorse adeguate per poter vivere per un certo tempo anche senza un lavoro. Ma mettiamo che non ci sia questo requisito, in ogni caso è buona regola valutare la consistenza del proprio budget e per quanto tempo potrebbe bastare per vivere da disoccupato/a. Ora, a seconda dei casi e in base alle proprie capacità, e un po’ di fortuna, potrebbe essere possibile trovare alloggio e lavoro in pochissimo tempo ma bisogna considerare che in generale la ricerca di entrambi può richiedere più tempo del previsto e soprattutto costi più alti di quelli preventivati. Non dico che bisogna essere milionari per andare a lavare piatti a Londra o a Parigi, ma in caso di imprevisti o nella necessità di maggiori spese bisognerà poter sempre contare su una certa somma disponibile in qualsiasi caso. In caso contrario l’avventura da emigrante potrebbe finire ancor prima di cominciare.

Quanto mancherà casa?

La questione non è tanto se mancherà casa propria, ovviamente si, ma piuttosto quanto ci mancheranno quegli affetti, la famiglia, le abitudini, gli amici che abbiamo lasciato a kilometri di distanza e sopratutto a che livello si è disposti a sopportare questa mancanza. Sembra una domanda banale, ma per tante persone la lontanza dalla propria terra è un fattore dirimente che può trasformare l’esperienza dell’emigrazione in una sofferenza vera e propria. D’altronde nascono da questo sentimento di lontananza ed emarginazione moltissime struggenti canzoni napoletane legate proprio all’emigrazione e non deve stupire che ancora oggi abbandonare i genitori, conoscenti, l’ambiente dove si è cresciuti sia uno dei lati più brutti di chi parte per cercare fortuna all’estero. In realtà è difficile rispondere a questa domanda in quanto spesso solo quando ci si allontana da casa si scopre quanto questa manchi, e per questo solo chi è emigrato può davvero capire quanto questo può far male. Certo abbiamo telefoni cellulari, webcam e quant’altro che ci tengono grazie a Dio in comunicazione costante, ma la mancanza di un abbraccio o una carezza di una persona cara in certi momenti è una tortura. Certo dipende dalle personalità di una persona, nel mio caso dopo molti anni non ho mai superato il distacco e la mia famiglia e la mia città mi mancano ancora più di prima rispetto a quando sono partito. Nonostante questo vado avanti, e invidio chi riesce a non subire nessuno di queste debolezze. Quindi c’è chi ci riesce e se siete fortunati trasferirvi all’estero non vi farà nulla, in caso contrario sarete benvenuti nel club degli emigranti nostalgici.

Cosa so fare e cosa sono disposto a fare per vivere?

Dicevo che per emigrare ci vogliono competenze. Sembrerà strano ma se non si hanno esperienze o specifiche conoscenze, a partire dalla lingua, richieste da quel particolare mercato del lavoro, anche il paese più ricco non offrirà molte opzioni al nuovo arrivato. Ogni Paese vive infatti un certo livello di competizione nel mondo del lavoro, chi emigra deve poter dimostrare qualcosa in più. Arrivare in un Paese aspettando di trovare folle di imprenditori in attesa di lavoratori stranieri non corrisponde al reale anche se in alcuni settori è realistico se pensiamo che tanti puntano sullo sfuttamento degli stranieri per fare affari. Quindi per non finire a svolgere lavori umili e sottopagati sarebbe opportuno poter dimostrare una certa ulità in qualche settore specifico magari dove poter rappresentare un valore aggiunto. Nulla vieta che i primi tempi, le difficoltà di ambientazione e la lingua richiedano di ricoprire mansioni “meno importanti” da quelle a cui di aspira, prendetela come una gavetta, a volte può essere un’esperienza divertente anche se a volte può diventare definitiva. In questo caso, a meno che non piaccia davvero la nuova vita meglio chiedersi se forse non sia il caso di cambiare contesto o addirittura Paese

Apertura mentale e flessibilità

Più che una domanda questi sono requisiti imprescindibili. Non si può pensare di andare a vivere all’estero senza avere una certa apertura mantale e predisposizione ad accettare abitudini, costumi e stili di vita diversi da quelli a cui si è stati abituati nel proprio Paese. Qualunque sia la destinazione scelta bisognerà adeguarsi ad un certo modo di pensare e di vivere senza pretendere che siano gli altri a dover comprendere voi. All’inizio può essere difficile, ma se si dimostra rispetto allora si riceverà altrettanto. Molte persona pensano di stabilirsi in un Paese straniero pretendendo di poter continuare a fare le stesse cose che facevano in Italia, perchè pensano che quelle siano le cose giuste da fare e che il resto del mondo non abbia capito nulla. Purtroppo benché molte cose possano apparire strane, per usare un eufemismo, non è inutile immedesimarsi in novelli colonizzatori, agli occhi di chi vive lì gli strani sarete voi, d’altronde l’ immigrato è comunque considerato l’ ospite della situazione. Quindi a meno che non vogliate vivere nella frustrazione di dover seguire regole e comportamenti inconciliabili, meglio scegliere un Paese e una città più affini a se stessi dove poter avere lo stile di vita più adeguato. Altrimenti cercate di cogliere il bello che il Paese di adozione può offrire, anche se non sarà mai come casa propria.

E se va male?

E’ brutto lo so ma voglio ricordare che è sempre bene pensare ad un piano B prima di dover intraprendere qualsiasi progetto. Lasciare l’Italia può rappresentare una grossa sfida, che richiede impegno e passione oltre che soldi. Purtroppo queste cose da sole non bastano e, nonostante la nostra motivazione, bisogna accettare che non è detto che tutto vada come abbiamo sperato. Fattori esterni e imprevisti possono influenzare il buon esito dell’impresa, normali difficoltà possono mettere alla prova anche il più forte e far cambiare idea alla persona più convinta. Come detto non bisogna aspettarsi tutte rose e fiori e per questo motivo sarebbe utile pensare alle conseguenze, in caso negativo, della propria eventuale scelta di partire e andare via oltre che ad eventuali alternative. Restare e sperare che le cose migliorino? Si è disposti a ritornare in Italia? Conviene cambiare paese? Sono in tanti quelli che tornano indietro e non bisogna prenderla come una sconfitta ma come un’esperienza che in ogni modo aiuterà a crescere. Mettere in conto che può andare male è segno di realismo, e proprio restando con i piedi per terra, senza sognare di trovare il giardino dell’Eden, si può essere pronti a qualsiasi evenienza bella o brutta che sia.

Published inSud

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