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La colpa dell’essere meridionale. Se la vittima accusa se stessa.

Last updated on 02/05/2020

Parlare di questione meridionale costringe a dover affrontare problemi enormi di diversa natura e tra loro interconnessi. Eppure non si dovrebbe prescindere dal riconoscere però che il vero piano sul cui è radicato il problema del sud che è prettamente economico-politico, un problema di scarsità di risorse e della modalità di gestione di esse, un dato che dall’unità ad oggi dovrebbe essere pacificamente riconosciuto. Invece la narrazione che ha riguardato il sud soprattutto negli ultimi anni ne ha prettamente riguardato i problemi strutturali, le mancanze sociali e le negatività, elevando il mancato sviluppo del sud e ancor peggio, il suo declino, a problema del sud interne a stesso. Parlare degli effetti per nascondere le cause ha rappresentato una strategia di successo di una certa classe dirigente volta a dirottare l’attenzione del popolo sulle conseguenze della questione meridionale, nascondendone le cause di natura economica che ne sono alla loro base.

Nonostante lo sforzo di importanti studiosi e intellettuali, di ricondurre il dibattito sui fattori economici che hanno determinato e determinano il sottosviluppo del sud, purtroppo il discorso resta fissato nell’immaginario collettivo su un piano sociologico e antropologico che non aiuta minimamente ad affrontare la questione. L’Italiano medio, da nord a sud, resta infatti convinto che il Mezzogiorno abbia goduto da sempre di risorse uguali o addirittura maggiori rispetto al nord, che le abbia sprecate e non sia riuscito a fare quello che invece al settentrione è riuscito, cioè crescere e svilupparsi a tal punto da diventare motore del Paese. Avendo avuti tutti le stesse condizioni, il risultato sarebbe frutto di una predisposizione culturale quasi genetica (il settentrionale lavoratore vs meridionale scansafatiche), riconosciuta dalla storia, che in una sorta di selezione naturale ha favorito il nord e condotto il sud ad un destino tragico ma inevitabile. Ancora oggi con il mito della Cassa del Mezzogiorno il modello del sud che ha avuto tanto senza produrre nulla è il lait motiv che monopolizza qualsiasi discussione dai talk show al bar di periferia.

Tutto questo naturalmente è smentito dai dati che rivelano invece una situazione di vera e propria colonizzazione interna in cui le risorse produttive, finanziarie, naturali, umane, continuano a muoversi da sud a nord, non viceversa. La nozione della realtà renderebbe consapevole il colonizzato del suo sfuttamento e quindi fa fatica ad emergere facendo venire meno una spiegazione logica alla sua condizione di inferiorità relegata quindi ad quasi una sorta di punizione divina per un Mezzogiorno-cicala nei confronti del Formica-centronord. E’ a partire da questa suggestiva ideologia che trascende ogni categoria politica e trascina nel metafisico il dibattito sul sud, che nella vittima si sviluppa l’auto-colpevolezza, il cancro che ne soffoca il vero potenziale. Il messaggio è univoco e viene ripetuto a reti amplificate da tutti i maggiori media da un secolo e più a questa parte… è colpa di noi napoletani, dei siciliani, dei calabresi, è colpa dei meridionali se le cose sono come sono. E’ il senso di colpa infatti una costante di chi vive al sud, ci si nasce e ci si cresce insieme, è il peccato originale collettivo di essere meridionale che condiziona tutta la propria vita.

Viene assorbito da bambini a scuola, in famiglia, nelle parrocchie e alimentato costantemente da mass media e politici nazionali e locali. Non sembra esserci redenzione al sud per chi ha la colpa di esserci nato, ogni problema o criticità che affligge il sud è nella maggior parte dei casi affontanto come un problema endogeno e frutto di fattori interni quindi puramente riconducibile ai suoi abitanti e alla sua “classe dirigente”. Un gioco al massacro, dove le vittime diventano colpevoli delle stesse ingiustizie a cui sono soggette, mentre i carnefici continuano indisturbati nella violenza. Ed è proprio di fronte a questi comportamenti violenti, di sottomissione psicologica che in un atto di autolesionismo in noi scatta il senso di colpa volto a razionalizzare questa ingiustizia. “ Il senso di colpa è un fenomeno assurdo: non sono mai i colpevoli a soffrirne. Spesso sono le vittime a farsene carico, solo perché occorre che qualcuno se ne faccia carico” (Amelie Nothomb).

Una condizione di soggezione che non permette alibi per nessun individuo del gruppo e che fa riecheggiare la frase cult della commedia di Eduardo De Filippo, Natale in casa Cupiello: «È bello ‘o presepio. Ma so’ i pastori cà nun so’ “bbuoni”». Purtroppo la rabbia e la rassegnazione della gente perbene e la narrazione in chiave negativa di un sud criminale non aiutano ad uscire da questo pre-concetto culturale, rischiando così di finire vittime due volte, anche di noi stessi. E se si uscisse da questa gabbia psicologica dove tutti sono zero e quell’uno è l’eccezione? Se consideriamo le persone e non la “razza”, si scoprirebbe che al sud come altrove ci sono persone buone e persone “malamente”, civili ed incivili, educati e maleducati… quello che fa la differenza sarebbe infatti il contesto economico e sociale, le infrastrutture, in poche parole le risorse a disposizione. Da questo presupposto noi meridionali possiamo liberarci dal senso di colpa e essere finalmente orgogliosi non solo della nostra terra ma anche dei suoi abitanti, di noi stessi.

Published inSud

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