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Tra orgoglio e pregiudizi. Il rumoroso silenzio degli intellettuali nel dibattito sul Mezzogiorno.

Last updated on 02/05/2020

E’ un fatto reale che rispetto al passato, internet è riuscito a realizzato il sogno di tanti studiosi sdoganando e rendendo fruibile finalmente alla massa di cittadini le tesi e le riflessioni meridionaliste che nei decenni hanno alimentato quasi in clandestinità il dibattito sul Mezzogiorno. Posizioni revisioniste della storia risorgimentale e dell’unità Italiana in particolare ma non solo sono diventate di dominio pubblico e chi vuole può oggi saperne molto di più rispetto a prima ed approfondire fuori dalla cultura scolastica il tema della questione meridionale dal punto di vista del sud. La rete permette infatti, senza filtri, di informarsi e informare ma anche di confutare e mettere a nudo ciò che è falso e ciò che viene spacciato per vero.

Questo nuovo mondo ha senza dubbio alimentato speranze che proprio Mezzogiorno, riscoprendo se stesso e le proprie verità, potesse vivere una sorta di rivoluzione. Segnali che arrivano dal sud ci dicono che ciò è sicuramente in atto anche se ad uno stato forse ancora embrionale, e come tutte le rivoluzioni in nuce non è chiaro che carattere prenderà e dove stia effettivamente andando. Se però da un lato cresce l’attenzione del pubblico per la questione meridionale e il Mezzogiorno con il moltiplicarsi di eventi, pubblicazioni, pagine social e qualche spazio mediatico; dall’altro bisogna desolatamente ammettere che la cappa di silenzio, indifferenza o peggio di derisione del fenomeno del Mezzogiorno e delle voci meridionaliste da parte dei gruppi di potere riesce a conservare uno status quo fatto di luoghi comuni e pregiudizi.

Alimentato da trasmissioni tv e giornali dove il sud e il meridionale non ne esce mai bene (non faccio nomi), il dibattito sulla questione meridionale sembra resta ancorato, a guardare i maggiori mezzi di informazione, a ragionamenti simili a quelli del secolo scorso senza alcuna tendenza all’evoluzione allorché spesso e volentieri questo non è volto ad analizzare le ragioni del problema ma trascende su elementi di sociologia, antropologia criminale o magari psicologia sociale nel tentativo sempre efficace di far prevalere gli effetti sulle loro cause e non viceversa.

Il risultato di questo confronto che non c’è mai stato è chiaramente il pregiudizio anti-meridionale, stantio di oltre 100 anni e sedimentato nella mente di generazioni di italiani che continua a trasmettersi come un virus da cui oltre metà del paese e lo stesso sud sembra essere contagiato. Se infatti, a dispetto di ogni logica gli italiani continuano a dividere in buoni e cattivi scegliendo i primi in base al fatto di essere nati, o emigrati, al nord o meno la dice lunga sulla possibilità di elevare il discorso ad un livello un pochino più concreto. Tutto ciò fa si che lo status quo, voluto e sostenuto dalle elites settentrionali e meridionali tramite il controllo delle masse non cambi, ma anzi se possibile peggiori in loro favore.

Il dibattito sull’autonomia differenziata è l’ultimo esempio di una lunga saga che non smette di sorprendere da questo punto di vista per il livello di razzismo e pregiudizio intento ad essere elevato a rango legislativo. Nel contesto di una crisi tragica che vive il Mezzogiorno sotto ogni punto di vista si assiste a ragionamenti volti a giustificare l’ennesimo saccheggio ai danni dei meridionali che non vanno oltre i soliti luoghi comuni e ennesimi stereotipi sul nord efficiente e il sud sprecone e assistito. Ogni tentativo di discussione che pure si è cercato di mettere a disposizione dell’opinione pubblica da parte di importanti studiosi è quindi viziato sul nascere da una ipotetica superiorità di una parte sull’altra, il nord efficiente e il sud sprecone, che non accenna a venire meno nemmeno di fronte all’evidenza dei fatti.

In questo silenzio assordante dove se si accenna un discorso il più forte non fa che incolpare il più debole per la sua condizione di “meridionalità”, l’unica difesa di chi non vuole accettare questa logica di sopraffazione sembra essere rimasta l’orgoglio. Un orgoglio che con molti limiti cresce sempre di più, sostenuto anche da un revisionismo storico che sta facendo emergere la vera storia e quello che il sud è davvero stato prima dell’Unità d’Italia. Proprio riscoprendo la propria identità e la propria storia le persone del sud stanno infatti riconoscendosi e riscoprendo le tante cose positive che pure esistono nel Mezzogiorno mettendo in piedi difese immunitarie contro l’ignoranza e il pregiudizio.

Viene da chiedersi se questo costituisca un elemento sufficiente a favorire un discorso più ampio sul sud che non si limiti ad una pantomima da stadio tra tifosi di una squadra e di un’altra, tra meridionali e settentrionali. Se da un lato infatti prevale l’assenza di qualsiasi cambio di prospettiva, dall’altro il paradigma della fierezza rischia di alimentare sterili autocompiacimenti sulla bellezza dei luoghi e primati storici che appaiono più interessanti dal punto di vista culturale e turistico che politico e spesso limitati a specifiche realtà locali. Si moltiplicano pagine, gruppi social, influencer che in questo gioco delle parti si riducono a fare più intrattenimento che informazione. Il tema economico, che resta il tema centrale della questione meridionale, resta appannaggio di pochi e convitato di pietra in qualsiasi ragionamento che riguardi il sud.

La mia opinione è che ciò di cui il Mezzogiorno ha bisogno è di esprimere un proprio ceto intellettuale e di cui nei decenni è stato privato. Il campo culturale meridionalista, complice la penuria di mezzi economici e di informazione, si è prosciugato o, a parte pochi eclatanti eccezioni come Pino Aprile, è entrato in clandestinità mentre si fa sempre più forte il bisogno di una classe di persone culturalmente oneste, preperate, libere da interessi di partito e indipendenti dal potere nazionale e che possano portare avanti, da un punto davvero culturale, le battaglie del sud.

Riallaciandomi ad Antonio Gramsci, che con il suo libro sulla questione meridionale ha detto molto più di tanti, il sud ha bisogno di un ceto di intellettuali organici che siano allacciati alla classe sociale e ai bisogni della popolazione facendosene portatrice a livelli più alti. Una condizione che richiederà coraggio e consapevolezza anche della popolazione, in una società in cui l’omologazione la fa da padrona e dove uscire dal campo del politicamente accettabile è una colpa. Sono convinto che il percorso è iniziato e qualcosa si stia muovendo ma solo il tempo ci confermerà se tra qualche decina di anni saremo ancora a litigare tra noi per chi tra meridionali e settentrionali è più buono dell’altro.

Published inSud

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