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Cosa insegna la Brexit e perchè è una lezione per il Mezzogiorno.

Last updated on 02/05/2020

Lo scorso 31 Gennaio 2020 la Brexit è ufficialmente diventata realtà, con il Regno Unito che ha dato il suo definitivo addio all’Unione Europea. L’uscita della Gran Bretagna ha il significato di un evento senza dubbio di portata storica, che come conseguenza del Referendum del 2016 pone fine, dopo un dibattito che sembrava interminabile, alla partecipazione del Paese al gruppo degli Stati Membri dell’UE. La scelta degli inglesi espressa nella tornata referendaria e poi, dopo mesi di scontro politico, recentemente con la vittoria schiacciante di Boris Johnson rappresenta sicuramente qualcosa di rivoluzionario rispetto ad un dogma, quello europeo, che fino a pochi anni fa sembrava intoccabile e che solo la determinazione degli inglesi poteva mettere in discussione. Non a caso i media e i gruppi di potere hanno in tutti modi cercato di ostacolarne l’esito.

Negli anni, soprattutto in quelli più recenti quando il peso della crisi si è fatto sempre più pensate, la retorica europeista non ha fatto altro che raccontare di un Unione Europea come migliore dei mondi possibili, la tragedia greca come un successo, l’Ue come una spiaggia sicura da cui era impossibile andare via e alla quale non esistevano alternative. In realtà è sotto gli occhi di tutti che il mercato unico, così com’è concepito non funziona e gli inglesi hanno dimostrato non solo che dall’UE è possibile uscire, ma sopratutto che non è vero che i cittadini di sua maestà, in particolare, hanno poi così tanto interesse a prendere ordini da Bruxelles. Questo perchè in fin dei conti basta interrogarsi sui reali vantaggi legati al fatto di far parte del famoso mercato unico, e se si escludono i soliti luoghi comuni sull’UE che ci ama e ci protegge, ci si rende conto che in realtà questi sono stati di fatto sorpassati dagli svantaggi, prima di tutto quelli di dover seguire regole e politiche espressione di un organo sovranazionale totalmente slegato da qualsiasi elemento di controllo democratico e orientato ormai col pilota automatico su politiche di austerità che stanno distruggendo il tessuto produttivo europeo e i diritti dei cittadini. Il Regno Unito, la democrazia moderna più antica d’Europa non ha fatto altro che rigettare l’idea di un superstato dove gli inglesi e il Parlamento inglese non avrebbero per nulla potuto incidere, ma altri avrebbero continuato a decidere per loro.

Non si può infatti considerare considerare il progetto europeo senza vedere l’effetto che esso ha sugli stati nazionali e sulle loro funzioni, fortemente limitate e condizionate appunto dalla tecnocrazia europea. Il processo di integrazione che ha trasferito molte delle funzioni dagli stati membri alle istituzioni europee ha di fatto portato a quasi svuotare i parlamenti, trasformati e ridotti in semplici passacarte di decisioni prese fuori dai confini nazionali e senza tener conto delle specificità e dei bisogni dei singoli paesi. Ciò è evidente nelle scelte di carattere economico che hanno da sempre indirizzato l’Unione europea verso un obsoleto e vecchio modello liberista, dove stabilità dei prezzi (bassa inflazione) e competitività (libero mercato) sono stati da sempre obiettivi al centro della sua azione. Qualsiasi strategia diversa rispetto a quella imposta dai trattati e dalle politiche tecnocratiche è impensabile cosicchè implicitamente si accetta di sottostare, per un bene comune che comune non è, alle indicazioni delle potenze straniere. In questo contesto è chiaro come l’UE rappresenti una gabbia ideologica con la quale si può essere d’accordo o meno, ma che al di fuori di ogni controllo democratico non lascia libera scelta alle nazioni e ai popoli di perseguire i propri obiettivi a partire da quelli chiari scritti in costituzione.

Per questo motivo, al di là del dibattito interno e del secolare conflitto nord-sud, nell’odierna questione meridionale non si può ignorare il limite che hanno finito per rappresentare queste politiche pubbliche orientate secondo i dettami europei al pareggio di bilancio e alla sfrenata competitività. Dopo quasi 30 anni dalla firma del trattato di Maastricht e a 20 anni dall’entrata in circolazione dell’euro, appare chiaro che il sistema Italia nel complesso e i meridionali in particolare hanno certamente sofferto il cambio di paradigma dove la svolta neo-liberista rilanciata da Bruxelles ha coinciso con una graduale e drastica riduzione dell’intervento pubblico in economia e un’apertura al mercato globale che ne ha minacciato le tutele sociali. Non si può comprendere la situazione attuale e la storia recente del Mezzogiorno senza guardare gli effetti che il “vincolo esterno” dato dai trattati e dall’euro, ha determinato sulle scelte dei governi di ogni colore politico che si sono succeduti nella seconda repubblica. In coerenza con il diritto europeo, i doveri inderogabili di solidarieta`politica, economica e sociale (Art.2 Cost) sono stati di fatto superati da quelli europei in cui la competizione è il dogma fondante, e d’altronde si sa che quando si compete il più forte vince mentre il più debole muore.

La scelta inglese è stata principalmente volta a rompere questo schema nel quale di fatto ogni Stato Membro si ritrova a non potere agire diversamente dai dettami della Commissione Europea, scelte di fatto emanazione di un organismo tecnico ma frutto di scelte politiche ben chiare. E’ questa incapacità di potere agire sulle leve del comando che l’Italia e il Mezzogiorno scontano, con l’impossiblità di intervenire sia a livello legislativo che finanziario con strumenti che ogni Paese avrebbe a disposizione, a partire dalla politica monetaria. In un sostanziale agire passivo, gli Stati possono muoversi solo nel recinto di decisioni inappellabili soprattutto in materia economica ed è chiaro che qualsiasi intervento statale a favore del Mezzogiorno non può trovare sbocco se in contrasto con le rigide regole del patto di stabilità europeo, di fatto criticate da tutti e più volte oggetto di vani tentativi di modifica.

Difficile dire quanto il Paese potrà ancora sopportare questa condizione di apparente tranquilla insofferenza che non risparmia nemmeno il nord, ormai ridotto a scavare il barile con l’autonomia differenziata ai danni del sud, ormai allo stremo, mentre competizione globale ne sta distruggendo le ultime risorse. Finchè l’Italia sarà nell’Unione Europea e nell’euro e finchè nessuna scelta potrà di fatto collidere con la rotta determinata a livello europeo, molto difficilmente gli italiani e i meridionali in particolare potranno sperare di modificare la spirale di crisi nella quale sono caduti, di fatto determinata proprio da scelte di carattere sovranazionale (qualcuno pensa ancora che sia la corruzione il problema numero 1 dell’Italia?). Naturalmente è difficile pensare, nelle condizioni di debolezza in cui siamo, nella possibilità di un’uscita come quella inglese oltre al fatto che non si vede nemmeno la volontà di farla, fino ad oggi. Per questo bisognerà piuttosto vedere come evolveranno gli scenari esterni, dove un successo abbastanza prevedibile della Brexit potrebbe rivelarsi una salvezza non solo per gli inglesi, ma anche degli italiani.

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