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Briciole al Mezzogiorno, autonomia al nord. Perchè il “Piano per il Sud” è una fregatura.

Last updated on 02/05/2020

5 mesi fa l’allora neo ministro PD per il Sud e la coesione territoriale, Peppe Provenzano lanciò il progetto di un nuovo Piano per il sud e da allora, a parte qualche vago riferimento, nulla di concreto si era visto all’orizzonte fino ad oggi. Apparentemente a Settembre era già pronto ma è stato solo questo 14 Febbraio che l’atteso Piano si è trasformato in qualcosa di reale con la presentazione a Gioia Tauro delle 87 pagine che compongono il Piano sud 2030 – Sviluppo e Coesione per l’Italia.

Se le aspettative non erano già di per se alte, riguardando la presentazione del premier Conte e del Ministro Provenzano, e scorrendo le pagine del documento e le annesse slides appare chiaro, che rispetto agli annunci eclatanti di questi mesi la montagna ha partorito, sul sud, un topolino ancora più imbarazzante del solito. Il risultato di questi mesi di attesa infatti appare come un film già visto, l’ennesimo spettacolo un po’ farsa un po’ tragedia in cui i protagonisti recitano il solito copione e dove la vittime sono sempre i meridionali.

Dopo il famoso Masterplan per il Sud, di renziana memoria del 2015 che puntava su investimenti per il Mezzogiorno per circa 95 miliardi di euro fino al 2023 (sostanzialmente fondi strutturali e FSC già esistenti) e disperso poi tra gli annunci e le slides, questo Piano bis targato ancora una volta PD ne segue la stessa impostazione dove, come in un gioco di prestigio, si fanno a apparire straordinarie risorse già in essere, che dovrebbero essere aggiuntive rispetto agli investimenti e che sappiamo essere più sulla carta e inutilizzabili nel breve periodo.

Il ministro Provenzano supera i suoi predecessori arrivando a promettere “addirittura” 123 miliardi di euro in 10 anni, mentre nel “breve periodo” sarebbero 21 i Miliardi da spendere nel triennio 2020-2023, circa 7 miliardi all’anno. Da premettere che più della metà di queste risorse sono fondi strutturali e di cofinanziamento, e sappiamo quanto difficile è che si possano spendere. Ma è sopratutto l’ammontare che lascia esterefatti e la semplicità con la quale il ministro per il sud, membro della Svimez e conoscitore dei problemi del sud, sia riuscito a presentare questo Piano come una svolta.

Al di là delle belle parole e dei mirabolanti progetti sull’innovazione, sul “Grin niu dil” che non poteva mancare, sulla scuola e chi più ne ha più ne metta, il Piano per il Sud ignora totalmente il disquilibrio di spesa pubblica tra il Mezzogiorno e il centro-Nord che come certificato dall’EURISPES sulla base dei conti pubblici territoriali, ha visto dal 2000 al 2017, più di 840 miliardi di euro sottratti al Mezzogiorno in relazione alla popolazione, in media circa 46,7 miliardi di euro netti all’anno, un’enormità. E’ chiaro che alla luce di questi dati, il riferimento ad appena ipotetici 100 miliardi, oltretutto basati su risorse che dovrebbero essere aggiuntive e su un lasso di tempo così lungo, è una vera presa in giro.

Con i dati a disposizione e conoscendo le condizioni in cui versa il Mezzogiorno è impossibile pensare eche il sud possa trarre sollievo da queste deboli promesse ma in fondo è chiaro che l’obiettivo non era questo. Il messaggio che il Partito Unico del Nord ha voluto lanciare con questa iniziativa è infatti chiarissimo: cari terroni, sperate nelle briciole e accontentatevi. Si perchè quello che resterà dopo l’autonomia differenziata saranno appunto le elemosine e il Mezzogiorno non potrà che vedere la differenza di spesa rispetto alle regioni del nord crescere ancora di più, in un Paese sfasciato dove diminuiranno tutele e diritti.

Il problema delle risorse sembra essere completamente ignorato a livello centrale, mentre continua a prevalere l’idea di un Mezzogiorno che non sa spendere, dei soliti meridionali spreconi e incapaci di stare al passo con il parsimonioso nord. Un’impostazione che richiama la centralizzazione della spesa come soluzione all’incapacità meridionale e che il Piano per il sud ricalca appieno, contribuendo ad alimentare la visione razzista per cui il ritardo del sud è conseguenza della sua classe dirigente. D’altronde lo stesso concetto è stato fatto proprio dal nuovo responsabile all’economia del Partito Democratico “del nord”, Emanuele Felice, abruzzese ma proprio per le sue idee, ben integrato nel sistema del PUN.

Benchè ormai tutti sappiano che il sud ha bisogno di investimenti, la realtà è che la coperta dei fondi pubblici risulterà sempre più stretta, tra vincoli di bilancio europei sempre più asfissianti e una situazione della finanzia pubblica sempre più precaria. In questa situazione, con un Settentrione anch’esso sempre piú in sofferenza, é chiaro che non potrá esserci nessun cambiamento che non finisca con lo scontentare la parte piú ricca del Paese, il che, in un’Italia governata da partiti dove domina il nord, è difficile immaginare.

Published inSud

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